{"id":104,"date":"2012-09-25T13:03:09","date_gmt":"2012-09-25T13:03:09","guid":{"rendered":"http:\/\/www.andreamonda.it\/?p=104"},"modified":"2012-09-25T13:03:09","modified_gmt":"2012-09-25T13:03:09","slug":"bob-tra-woody-allen-e-charlie-chaplin","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/andreamonda.it\/?p=104","title":{"rendered":"Bob tra Woody (Allen) e Charlie (Chaplin)"},"content":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright size-medium wp-image-105\" title=\"596x373_419608_bob-dylan-barolo-16-luglio\" src=\"http:\/\/www.andreamonda.it\/wp-content\/uploads\/2012\/09\/596x373_419608_bob-dylan-barolo-16-luglio-300x187.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"187\" srcset=\"https:\/\/andreamonda.it\/wp-content\/uploads\/2012\/09\/596x373_419608_bob-dylan-barolo-16-luglio-300x187.jpg 300w, https:\/\/andreamonda.it\/wp-content\/uploads\/2012\/09\/596x373_419608_bob-dylan-barolo-16-luglio-479x300.jpg 479w, https:\/\/andreamonda.it\/wp-content\/uploads\/2012\/09\/596x373_419608_bob-dylan-barolo-16-luglio.jpg 596w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/>(Questo articolo \u00e8 apparso su <em>Il Foglio<\/em> il 29\/06\/2006, lo ripubblico in attesa di ritornare su Dylan e sulla sua <em>Tempest).<\/em><\/p>\n<p>Siamo ancora in piena Dylan-mania. Non c\u2019\u00e8 niente da fare: circa ogni dieci anni, ciclicamente, rispunta fuori l\u2019ormai vecchio menestrello del Minnesota (sessantacinque anni compiuti il 24 maggio scorso) e diventa il centro di tutto quello che si muove nell\u2019universo della musica leggera, e oltre. Dopo essere sopravvissuto agli anni Sessanta che lo hanno consacrato come \u201cpoeta\u201d del rock, ecco a met\u00e0 dei Settanta il Dylan gipsy che con la sua carovana sgangherata di gitani viaggia per l\u2019America cantando per la libert\u00e0 del pugile di colore Rubin Hurricane Cartes, poi il Dylan cristiano, che ha gettato nello sconcerto (quasi) tutti, poi, a met\u00e0 degli anni Ottanta, di nuovo il Dylan arrabbiato rockettaro che si dichiara \u201cJokerman\u201d, buffone e infine il redivivo che ogni tanto emerge dal suo neverending-tour con perle ancora da offrire come \u201cTime out of mind\u201d, un disco che nel 1997 vince pure diversi Grammy Awards. A met\u00e0 degli anni Dieci del terzo millennio abbiamo il Dylan che sbanca al cinema (\u201cNo Direction Home\u201d, splendido documentario di Martin Scorsese e \u201cI\u2019m not there\u201d, film biografico di Todd Haynes con sette attori che interpreteranno Dylan, tra cui Richard Gere e Cate Blanchett), a teatro (a Broadway in un musical in grande stile di Twyla Tharp intitolato \u201cThe times they are a-changin\u2019\u201d), e infine il nuovo disco, Modern Times e, per l\u2019Italia, il libro dei testi, tradotti, finalmente, tutti.<\/p>\n<p>Il titolo chapliniano del quarantaquattresimo album della pi\u00f9 prolifica rock star non sorprende pi\u00f9 di tanto: Dylan, anche fisicamente, ha molto di Chaplin, lo aveva sin dall\u2019inizio, quando era un mix tra Charlot e James Dean, ma pian piano (anche per l\u2019accumularsi delle rughe del tempo), il pubblico dei \u201cdilaniati\u201d si \u00e8 reso conto che il suo pupillo, oltre la seriosit\u00e0 con cui spesso diventa argomento di chi pensa di averlo capito, possiede in effetti un enorme potenziale comico. E\u2019 un po\u2019 come Fellini, altro artista spesso equivocato, frainteso a volte anche da se stesso, al punto che il regista riminese fu costretto durante le riprese di Otto e mezzo ad appiccicare sulla cinepresa un biglietto con sopra scritto: \u201cRicordati che \u00e8 un film comico\u201d. Fellini, come Dylan, sono due artisti molto divertenti, a modo loro due geni comici. Chi negli ultimi dieci anni \u00e8 andato a vedere i concerti di Dylan (che periodicamente torna in Italia, anche quest\u2019estate sar\u00e0 a Roma e a Paestum) si \u00e8 reso conto di quanto il pi\u00f9 delle volte lo show sia divertito e divertente. Sul palco, questo artista che oltre a cantare rimane quasi del tutto muto, si muove e si comporta in un modo che \u00e8 indefinibile ma sicuramente comico, quasi una marionetta che sgambetti convulsamente e rida improvvisamente per qualche segreto che coglie solo lui. L\u2019ironia e l\u2019umorismo hanno sempre innervato la sua produzione, ma negli ultimi anni, sotto certi aspetti, questa tendenza si \u00e8 acuita, anche a livello fisico. Quando, premiato con l\u2019Oscar per la migliore canzone dell\u2019anno, Dylan si esib\u00ec cantando \u201cThings have changed\u201d con tanto di cappello e baffetti, a molti \u00e8 parso di rivedere il volto del Chaplin anziano, cos\u00ec come nello spot televisivo che Dylan ha girato insieme alla splendida Adriana Lima prestando la sua \u201cLove sick\u201d alle richieste della marca di lingerie femminile \u201cVictoria\u2019s Secrets\u201d(scatenando le ire dei suoi fan pi\u00f9 intellettuali e, quindi, pi\u00f9 conservatori): il suo incedere, l\u2019abbigliamento e gli sguardi non sono quelli di un attore consumato (non lo sar\u00e0 mai, nonostante i ripetuti tentativi cinematografici), ma hanno un indiscutibile effetto ironico e comico.\u00a0Questo quarantaquattresimo album comunque rende gi\u00e0 superato l\u2019immane lavoro che Alessandro Carrera, massimo esperto italiano di Dylan, ha compiuto nel tradurre i trecentocinquantacinque testi raccolti nel monumentale volume Bob Dylan. \u201cLyrics 1962-2001\u201d (1.225 pagine, 60 euro) edito ad aprile da Feltrinelli.\u00a0Volume \u201csuperato\u201d ma davvero ben arrivato, visto che colma un vuoto di oltre vent\u2019anni: le precedenti raccolte italiane dei suoi testi erano ferme al 1985. Un\u2019opera fondamentale, questa di Carrera, che soddisfer\u00e0 il vero fan di Dylan, quello disposto a tirar fuori sessanta euro, quello ben rappresentato dalla battuta che lo stesso Carrera riporta nel suo precedente saggio sul cantautore americano \u201cLa voce di Bob Dylan\u201d (Feltrinelli 2001): \u201cFaccia pure quello che vuole, basta che non smetta di cantare, la dannazione di chi ha una voce come la sua \u00e8 di essere condannato a riempirla di parole\u201d. Ecco infine, con questo libro, le parole di Dylan, quelle che ripete quasi ogni sera, generalmente senza aggiungerne altre, per le poche migliaia di persone che fedelissime accorrono a vederlo un po\u2019 dappertutto in giro per il mondo. Adesso si possono finalmente gustare e comprendere meglio grazie alla bella, precisa, a volte audace traduzione di Carrera sapendo che il modo migliore per farlo \u00e8 riascoltare le canzoni, cosa che ha fatto lo stesso traduttore durante questa impresa durata circa tre anni. Il problema, anche per la traduzione, \u00e8 che Dylan \u00e8 un artista infinito, nel senso che, dice Carrera: \u201cNon esistono canzoni brutte di Dylan ma solo canzoni che ancora non hanno trovato la loro giusta esecuzione (da qui le continue rivisitazioni dal vivo), cos\u00ec come non esistono testi brutti di Dylan; esistono solo quelli finiti e quelli ancora da finire. Il caso pi\u00f9 evidente sono i testi dei Basement Tapes. Ci sono canzoni insomma che sono ancora \u201ccantieri aperti\u201d, quindi \u00e8 davvero arduo definirne una traduzione\u201d.<\/p>\n<p>Scopriamo quindi che le trecenticinquantacinque canzoni non sono tutte le canzoni di Dylan (\u201cce ne sarebbero almeno altre quaranta, scritte insieme ad altri, sparse qua e l\u00e0\u2026 forse non lo sa nemmeno Dylan\u201d) e altre sono quindi in arrivo ad indicare nel carattere dell\u2019incompletezza forse la cifra dell\u2019intera opera di Dylan, un enorme work in progress che va letto come un\u2019unica, intera e infinita opera, secondo quanto gi\u00e0 indicato da Carrera nel saggio del 2001: \u201cCome nel resoconto di un sogno, come in un delirio, come in Finnegans Wake, solo se consideriamo l\u2019opera di Dylan un unico esteso monologo, lentamente tutto vi prende senso. Ma non un senso. Molti sensi che convivono incompatibili, e dei quali l\u2019autore non ha la chiave pi\u00f9 di noi che ci ostiniamo a decifrarli\u201d.<\/p>\n<p>Prolificit\u00e0 e incompletezza; due facce della stessa medaglia, due aspetti fondamentali per comprendere il mosaico-Dylan.\u00a0Il fatto poi che Dylan continui a suonare (\u00e8 dal 1988 che il nostro viaggia sulla media di almeno cento concerti all\u2019anno) e a comporre canzoni lo rende assimilabile ad un altro genio del cinema, Woody Allen, non solo perch\u00e9 l\u2019ultimo, anzi il penultimo, disco di Dylan, Love &amp; Theft, amore e furto, gi\u00e0 dal titolo \u00e8 un album \u201calleniano\u201d (e poi nell\u2019ascolto subito richiama le musichette che aprono, accompagnano e chiudono le commedie di Allen: una specie di combinazione di swing, standards, parlor songs con un tocco di country e canzoni \u201cda vaudeville\u201d), ma anche perch\u00e9 tra i due non c\u2019\u00e8 ovviamente solo la radice ebraica ma anche questa iper-prolificit\u00e0 insieme ad uno sanissimo anti-intellettualismo, molto americano e che spesso, in entrambi i casi, non \u00e8 stato colto da questa parte dell\u2019oceano. Allen e Dylan, ognuno nel proprio campo, a dispetto dell\u2019et\u00e0, sono forse gli artisti pi\u00f9 prolifici oggi in attivit\u00e0. Questa iperproduttivit\u00e0, che spesso penalizza la qualit\u00e0 dei risultati (\u00e8 inutile dire che il peggior film di Allen, come la peggiore canzone di Dylan, sono comunque prodotti bellissimi in relazione a quanto si vede e si sente in giro), ma che fa la gioia dei fan irriducibili dei due grandi artisti, induce per\u00f2 uno strisciante sospetto che si consolida se poi si va a vedere la loro a dir poco caotica vita privata e familiare: il sospetto che si tratti di due artisti disperati la cui disperazione invece di paralizzare, stimola la creativit\u00e0. Scrivere e suonare o filmare diventano cos\u00ec una forma di esorcismo contro l\u2019angoscia e il vuoto di una vita tutta vissuta No Direction Home.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>(Questo articolo \u00e8 apparso su Il Foglio il 29\/06\/2006, lo ripubblico in attesa di ritornare su Dylan e sulla sua Tempest). Siamo ancora in piena Dylan-mania. 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