{"id":97,"date":"2012-09-23T07:22:53","date_gmt":"2012-09-23T07:22:53","guid":{"rendered":"http:\/\/www.andreamonda.it\/?p=97"},"modified":"2012-09-23T15:52:07","modified_gmt":"2012-09-23T15:52:07","slug":"ride-bene-di-ride-ultimo-appunti-sul-dopo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/andreamonda.it\/?p=97","title":{"rendered":"Ride bene di ride ultimo&#8230;appunti sul &#8220;dopo&#8221;"},"content":{"rendered":"<p align=\"JUSTIFY\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-full wp-image-98\" title=\"truman_show-300x187\" src=\"http:\/\/www.andreamonda.it\/wp-content\/uploads\/2012\/09\/truman_show-300x1871.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"187\" \/>Dopo, il mare non ci sar\u00e0 pi\u00f9. Cos\u00ec almeno \u00e8 scritto nell\u2019Apocalisse di San Giovanni Apostolo: \u201c<em>Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perch\u00e9 il sole e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c\u2019era pi\u00f9<\/em>\u201d (Ap 21,1). Tra le diverse immagini della Bibbia che mi colpiscono questa \u00e8 tra le pi\u00f9 potenti, inquietanti. Sto qui, sulla riva lucana del mar Tirreno e guardo il mare e penso, quasi con orrore, al fatto che, dopo, non ci sar\u00e0 pi\u00f9. Non so bene perch\u00e9 questo pensiero della \u201cfine\u201d del mare mi colpisce cos\u00ec a fondo, forse perch\u00e9, secondo quanto mi racconta mia madre, io sono greco, cio\u00e8 sono stato concepito dai miei genitori mentre si trovavano in Grecia e quindi il mare \u00e8 nel mio DNA, o forse perch\u00e9, non meno poeticamente, come tutti gli uomini ho vissuto i primi, decisivi, nove mesi della mia vita immerso in un mare buio chiamato dai medici liquido amniotico e quindi riconduco mentalmente l\u2019acqua e il mare alla vita e alla nascita. La nostra prima \u201ccasa\u201d \u00e8 questo mare buio e da questa casa liquida e oscura poi veniamo espulsi, esiliati per essere \u201cdati alla luce\u201d. Visto cos\u00ec, forse, questo fatto stupendo e misterioso della nascita spiega il passo dell\u2019Apocalisse: la nostra vita terrena \u00e8 simile ai primi nove mesi di vita passati al buio nel grembo materno, uno stare e muoversi nel liquido oscuro, in modo instabile e fragile, come camminare o scrivere sull\u2019acqua, in attesa di essere portati alla luce che sarebbe la vita \u201cdopo\u201d in quello che spesso viene indicato con il termine di \u201cal di l\u00e0\u201d, ma che forse sarebbe pi\u00f9 corretto dire \u201cal di pi\u00f9\u201d, un posto pi\u00f9 caldo e illuminato, pi\u00f9 chiaro, certo e felice. Ecco perch\u00e9 i morti non tornano indietro, dal \u201cdopo\u201d verso il \u201cprima\u201d; come non si \u00e8 mai visto un uomo nato che voglia rientrare nel grembo della madre, cos\u00ec i morti, dalla luce, non vogliono tornare al buio. Posso provare quindi ad approssimare una spiegazione del simbolo di quel mare dell\u2019Apocalisse che non ci sar\u00e0 pi\u00f9, immagine, paradossale, della nostra vita terrena: \u00e8 il segno dell\u2019instabilit\u00e0, della fragilit\u00e0, dell\u2019inquietudine che avvolge e circonda ogni esistenza umana, della precariet\u00e0 e pericolosit\u00e0 della condizione umana. Tutti siamo in qualche modo malati, attirati da questa inquietudine, cos\u00ec come siamo attratti dal mare. Come si fa quindi a immaginare la fine dell\u2019inquietudine? Come si fa a immaginare la pace? E\u2019 come immaginare un mondo senza mare. Non c\u2019\u00e8 che dire, l\u2019uomo che alla fine del primo secolo dell\u2019era cristiana sull\u2019isola di Patmos ha scritto quel brano ha avuto una felice intuizione (o visione) del \u201cmondo dopo\u201d, immaginandolo senza mare. La Terra, il pianeta azzurro, \u00e8 il pianeta del mare e, come ricorda Hoelderlin (descrivendo cos\u00ec lo <em>Zimzung <\/em>biblico, il ritrarsi, lo svuotarsi creativo di Dio): \u201c<em>Dio ha creato il mondo come il mare i continenti: ritirandosi\u201d<\/em>, la terra stessa proviene dal mare; per l\u2019uomo quindi un mondo senza mare \u00e8 un incubo, qualcosa di inconcepibile; forse per questo non riusciamo a immaginare, a mettere a fuoco, il \u201cdopo\u201d: \u00e8 davvero un \u201cal di pi\u00f9\u201d, posto al di l\u00e0 delle nostre facolt\u00e0. Ecco perch\u00e9 le fiabe e i film finiscono con il famoso \u201ce vissero felici e contenti\u201d mentre la pagina diventa vuota e il cinema buio: l\u2019uomo non riesce a raccontare la pace, la felicit\u00e0 assoluta (il che non vuol dire che per raccontarla non ne sia in preda; non mi ha mai convinto la teoria che gli artisti siano persone tristi e disperate\u2026mi sembra un\u2019idea facile quanto, spesso, infondata).<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Sotto questo aspetto mi sembra geniale il finale del film <em>The Truman Show<\/em> che ribalta la situazione fin qui descritta: Truman vive in un mondo perfetto, in un paradiso (Sea-Heaven il nome dell\u2019Eden artificiale in cui si \u00e8 trovato a vivere i suoi primi 30 anni) quando ad un certo punto trova che il mare non \u00e8 vero mare e il cielo non \u00e8 vero cielo e, camminando lungo la parete che lo rinchiude si trova davanti ad una porta stretta e buia. Quella \u201cporta stretta\u201d \u00e8, molto evangelicamente, la via d\u2019uscita, la porta per entrare nella vera vita uscendo dal set televisivo che lo ha ingannevolmente imprigionato. Ed ecco che Truman fa un passo e scompare nel buio che \u00e8 al di l\u00e0 della porta; il film si chiude cos\u00ec, senza dirci o mostrarci altro della sua vita vera che per\u00f2 (il regista dello show lo ha avvisato) sar\u00e0 senz\u2019altro pi\u00f9 dura, dolorosa e violenta di quella ovattata da star di Sea-Heaven. Truman, che ha vissuto fino ad ora \u201cfelice e contento\u201d, ora sparisce di scena per vivere n\u00e9 felice n\u00e9 contento, ma la sua vita da uomo, dove il mare (dell\u2019inquietudine) sar\u00e0 quello vero e il cielo non sar\u00e0 dipinto sopra una parete di cartapesta. Su questa terra l\u2019uomo non brama la perfezione se questa \u00e8 \u201casettica\u201d, se cio\u00e8 \u00e8 un copione totalmente controllato che sopprime la libert\u00e0, l\u2019amore e la verit\u00e0; nessun paradiso, artificiale, mediatico o biotecnologico potr\u00e0 sopprimere questo anelito che \u00e8 racchiuso nel cuore dell\u2019uomo.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">In realt\u00e0 anche l\u2019Apocalisse oltre a questa assenza del mare, non ci dice molto del \u201ddopo\u201d, a parte un ripetuto richiamo alla gioia, al \u201ctergere ogni lacrima\u201d; viene da pensare che nel \u201cmondo dopo\u201d saremo tutti all\u2019asciutto senza mare n\u00e9 lacrime (da qui la celebre battuta di Mark Twain: \u201c<em>il Paradiso lo preferisco per il clima, l\u2019Inferno per la compagnia<\/em>\u201d). Per\u00f2 l\u2019Apocalisse, pur non chiarendo i dettagli, ci dice qualcosa di davvero forte, qualcosa di nuovo: che la Storia finisce, che la storia umana ha una fine e, ancora di pi\u00f9, <em>un<\/em> fine. Che, insomma, esiste un futuro. Questa \u00e8 davvero grossa, qualcosa che prima mancava, e per \u201cprima\u201d intendo nel mondo prima e al di fuori della Bibbia. Il mondo pagano infatti (e perdonate se procedo per sintesi \u201cestreme\u201d) non conosceva l\u2019idea del futuro, questo \u00e8 uno dei (tanti) contributi che il testo biblico ha fatto all\u2019Occidente e all\u2019intera umanit\u00e0. Per i greci infatti la storia non era davvero \u201cstoria\u201d ma piuttosto \u201cnatura\u201d; il tempo non aveva un linearit\u00e0 ma una circolarit\u00e0, come la notte segue sempre il giorno cos\u00ec era per la storia umana: nessun futuro, nessuna libert\u00e0, ma il passato che ritorna, \u201cl\u2019eterno ritorno dell\u2019identico\u201d per dirla con le parole di uno come Nietzsche che il paganesimo lo aveva compreso bene. <em>It\u2019s the same old story<\/em>: \u00e8 questo lo \u201cslogan\u201d del mondo greco, immortalato nelle sue tragedie oltre che nei poemi omerici, un mondo chiuso nell\u2019incedere implacabile delle ruote di un fato cieco e ineluttabile. Nessuna libert\u00e0, solo necessit\u00e0, \u201cananche\u201d. Mi ha quindi sempre colpito un antico detto africano che invece dimostra che in quello stesso periodo c\u2019era qualcuno che aveva idee diverse: \u201c<em>Nel tempo in cui Dio cre\u00f2 tutte le cose, il sole cre\u00f2. Il sole nasce, muore e ritorna. Le stelle cre\u00f2: le stelle nascono, muoiono e ritornano. L\u2019uomo cre\u00f2. L\u2019uomo nasce, muore e non ritorna pi\u00f9<\/em>.\u201d. Al fatalismo greco risponde, ancora pi\u00f9 decisamente, con la forza di un fiume in piena, la Bibbia e il suo essere una \u201cstoria\u201d (per giunta della salvezza). Il testo biblico poggia la sua architettura sulle dimensioni sorelle di \u201cattesa e promessa\u201d che ne innervano tutta la struttura, non solo nell\u2019ultimo dei 73 volumi: gi\u00e0 nel primo abbiamo la figura di Abramo e con lui la chiara affermazione di un futuro, di un avvenire (o quanto meno di un avvento e di un\u2019avventura, di qualcosa che \u201csta per venire\u201d).<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">All\u2019Ulisse omerico il Pentateuco risponde con un&#8217;altra grande figura: \u00e8 Abramo il vero viaggiatore, l\u2019homo viator, che prende sul serio il suo essere pellegrino su questa terra. Per Abramo un \u201cdopo\u201d esiste, che per\u00f2 inizia irrompendo nell\u2019oggi della sua Ur dei Caldei. Se l\u2019Ulisse omerico infatti viaggia solo per tornare (magari indugiando e piluccando qua e l\u00e0) e il suo \u00e8 un viaggio verso il passato (Itaca, Penelope) e il futuro per lui \u00e8 e rimane ignoto (Telemaco) ecco con Abramo il vero salto in avanti, ecco una nuova nascita: anche Abramo, come ogni uomo, viene \u201cesiliato\u201d, espulso dal suo mondo: <em>Il Signore disse ad Abram: \u201cVattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti mostrer\u00f2<\/em>. \u201cTi mostrer\u00f2\u201d, ecco che il futuro e con esso la speranza, entra con prepotenza nella storia umana e questa irruzione, che certamente non ha spazzato via il paganesimo dalla societ\u00e0 occidentale, ha per\u00f2 generato molti \u201cfigli\u201d in questi tremila e pi\u00f9 anni di storia tutta intrisa di giudaismo e cristianesimo (che cos\u2019\u00e8, per esempio, il messianismo del marxismo se non uno dei figli di questa idea di avvenire?).<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">A met\u00e0 strada tra il nostalgico Ulisse omerico (l\u2019<em>Odissea<\/em> fa parte dei \u201c<em>Nostoi<\/em>\u201d, i miti del ritorno) e l\u2019audace Abramo che \u201cspera contro ogni speranza\u201d tutto proteso e impegnato in un viaggio di cui ignora la destinazione, c\u2019\u00e8 la figura di Enea (spesso troppo schiacciato dalla \u201ccompetizione\u201d con Ulisse) che viaggia verso una nuova patria cio\u00e8 verso qualcosa di antico, la patria, ma che sia \u201cnuova\u201d, Roma, la nuova Ilio, un passato da re-inventare.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Tra i due ha comunque vinto Ulisse: tutto il Novecento letterario ha pagato lo scotto del suo \u201cmarchio\u201d (non a caso \u00e8 il capolavoro di Joyce ad essere considerato il \u201cclassico\u201d del XX secolo) e ha premuto sull\u2019acceleratore del tema della Ricerca, fuori e, purtroppo, dentro di s\u00e9, dimenticando altri \u201cpedali\u201d magnifici, come quello dell\u2019Attesa e della Promessa (e quindi dell\u2019Avventura e della Fedelt\u00e0); ma il XXI secolo sar\u00e0 pi\u00f9 divertente, lo sento, meno centripeto, psicologico e \u201combelicale\u201d e avr\u00e0 al centro la ricerca, quella vera, centrifuga, che spinge fuori dai labirinti dell\u2019io, senza decadentismi, scetticismi o nostalgie. Il segnale \u00e8 gi\u00e0 nel cuore della letteratura del \u2018900: forse l\u2019<em>Ulisse<\/em> di Joyce pu\u00f2 essere considerato il suo libro-icona ma certamente non sar\u00e0 il libro pi\u00f9 letto, questo \u00e8 senz\u2019altro <em>Il signore degli anelli<\/em> di J.R.R.Tolkien che con il protagonista, il piccolo hobbit Frodo Baggins ha ri-creato il mito di Abramo. Anche Frodo, dopo aver lasciato penosamente la sua terra, parte per un viaggio senza conoscere la strada e l\u2019impresa che lo aspetta. Anche Frodo, come Abramo, parte per non fare ritorno (egli non deve prendere un tesoro o conquistare una nuova patria ma deve perdere il tesoro che possiede) e quando sar\u00e0 tornato nella Contea il suo cuore inquieto e le ferite riportate nell\u2019impresa lo porteranno via, verso un mondo ulteriore: le sue vele solcheranno i mari e troveranno la Via Perduta, quella che conduce oltre il globo terrestre verso un Paradiso al di l\u00e0 dell\u2019orizzonte. Lo stesso Tolkien sostiene nelle sue lettere che uno degli scopi del suo racconto era quello di narrare una storia che mostrasse il passaggio e il superamento di un mondo sferico, chiuso: \u00e8 il superamento del fatalismo pagano, del tempo circolare verso una linearit\u00e0 della Storia, perch\u00e9 c\u2019\u00e8, per Frodo come per Truman e per ogni uomo vero (True-Man), una via d\u2019uscita (anche se buia), che porta oltre l\u2019orizzonte. Come ben rappresentato dal personaggio del vecchio mago Gandalf, ogni uomo, secondo Tolkien, \u00e8 un pellegrino (\u201cgrigio\u201d se possibile, cio\u00e8 \u201cteso\u201d, in costante combattimento interiore), un viandante ed un esiliato. In una lettera del 1945 al figlio Christopher, lo scrittore inglese osserva che \u201c\u2026<em>sicuramente c\u2019era un Eden su questa infelicissima terra. Noi tutti ne abbiamo nostalgia, e lo intravediamo costantemente: tutta la nostra natura, nella sua forma migliore e meno corrotta, pi\u00f9 gentile e pi\u00f9 umana, \u00e8 impregnata della sensazione di \u201c<\/em>esilio\u201d\u201d. Undici anni dopo (il suo romanzo \u00e8 gi\u00e0 uscito, con successo) alla sua attenta lettrice Amy Ronald, Tolkien confessa: \u201c<em>Io sono cristiano, e cattolico romano, e quindi non mi aspetto che la \u201cstoria\u201d sia qualcosa di diverso da una \u201clunga sconfitta\u201d &#8211; bench\u00e9 contenga (e in una leggenda in modo ancora pi\u00f9 chiaro e toccante) alcuni esempi e intuizioni della vittoria finale<\/em>\u201d. Per il cattolico Tolkien (e per il sottoscritto) il \u201cdopo\u201d non \u00e8 altro che una vittoria. Per questo grande outsider del \u2018900 scrivere storie era un modo per vivere teso, proteso verso il futuro (che per un cristiano \u00e8 il Signore Dio) che lo attirava a s\u00e9. Al figlio Michael cos\u00ec scrive nel 1941: \u201c<em>Il<\/em> <em>legame tra padre e figlio non \u00e8 costituito solo dalla consanguineit\u00e0: ci deve essere un po\u2019 di <\/em>aeternitas<em>. Esiste un posto chiamato \u201cparadiso\u201d dove le opere buone iniziate qui possono essere portate a termine; e dove le storie non scritte e le speranze incompiute possono trovare un seguito<\/em>\u201d.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Quando rileggo questa battuta di Tolkien (le sue lettere andrebbero lette e rilette) mi viene sempre in mente lo struggente finale del film <em>Moulin<\/em> <em>Rouge<\/em>, non la cartolina-pop di Baz Luhrman ma la biografia di Toulouse-Lautrec realizzata da John Huston: al pittore agonizzante nel letto vengono a far visita in un ballo colorato, avvolgente, caloroso e vorticoso, tutte le sue \u201ccreature\u201d, i protagonisti del suoi quadri e delle sue illustrazioni. E\u2019 una bella immagine del paradiso tolkieniano: sono convinto che oggi lo scrittore inglese si trovi in compagnia dei suoi figli, quelli naturali e quelli \u201cartistici\u201d: Frodo, Gandalf e i suoi piccoli grandi hobbit. \u201c<em>La vita \u00e8 una festa viviamola insieme<\/em>\u201d dice Marcello Mastroianni, alias Guido alias Fellini nel finale di <em>Otto e mezzo<\/em> mentre tutti i personaggi veri e immaginari gli fanno carosello tutt\u2019intorno.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Anche per il grande amico di Tolkien, C.S.Lewis, l\u2019autore di Narnia, il Paradiso \u00e8 una grande festa, con una precisazione: \u201c<em>La danza e il gioco sono frivoli e privi di importanza quaggi\u00f9, perch\u00e9 non \u00e8 questo il loro luogo naturale. Qui rappresentano soltanto un attimo di tregua nell\u2019esistenza che siamo stati creati per vivere sulla terra. Ma in questo mondo \u00e8 tutto capovolto: ci\u00f2 che, se si potesse prolungare quaggi\u00f9, equivarrebbe a marinare la scuola, \u00e8 pi\u00f9 che probabile che in un mondo migliore sia il fine ultimo. La gioia \u00e8 l\u2019affare pi\u00f9 serio che esista in paradiso<\/em>\u201d.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Quando insegno religione cattolica ai miei studenti di liceo provo a spiegare loro che il cristianesimo, figlio del giudaismo \u00e8 la religione della Gioia ed \u00e8 la Grande Novit\u00e0 della storia. Senza Cristo l\u2019uomo sarebbe ancora con Edipo pronto ad accecarsi al termine della sua indagine a ritroso o con Ulisse nel suo viaggio ugualmente a ritroso. L\u2019avvenire, l\u2019idea che l\u2019uomo possa vivere, come Paolo \u201c<em>dimentico del passato e proteso verso il futuro<\/em>\u201d, \u00e8 un portato del cristianesimo e invece mi trovo davanti il pi\u00f9 delle volte dei ragazzi intrisi di pregiudizi, facili quanto radicati, per cui tutto ci\u00f2 che viene dalla religione cristiana \u00e8 qualcosa di passato, triste, polveroso, \u201cantico\u201d. Mi sa che il prossimo anno partir\u00f2 insegnando loro un po\u2019 del pensiero del grande teologo gesuita francese Teilhard de Chardin che soleva dire <em>\u201cL\u2019avvenire \u00e8 pi\u00f9 bello di tutti i passati\u201d<\/em>. E Teilhard il passato lo conosceva bene: insigne geologo e paleontologo aveva studiato per tutta la vita le origini e l\u2019evoluzione dell\u2019universo e dell\u2019umanit\u00e0 perch\u00e9 fine e inizio coincidono (o, come diceva lui, \u201cconvergono\u201d) ed \u00e8 poi morto il 10 aprile del 1955, esattamente dove aveva desiderato, in un calda e assolata domenica di Pasqua a New York, la citt\u00e0 per eccellenza protesa verso il futuro.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Nelle nostre origini c\u2019\u00e8 la nostra fine, il nostro fine, ma \u00e8 come racchiuso in uno scrigno segreto che solo una grande gioia pu\u00f2 scoperchiare. Questa almeno \u00e8 la morale di una antica leggenda aborigena (che ha a che fare ancora una volta con il mare) riportata da Chesterton nel suo saggio <em>Ortodossia<\/em>: \u201c<em>Gli aborigeni australiani, considerati come i pi\u00f9 rozzi selvaggi raccontano la storia di un ranocchio gigante che si era ingoiato il mare e tutte le acque del mondo, e che non le avrebbe rigettate se non quando si fosse riusciti a farlo ridere. Tutti gli animali con tutte le loro smorfie pi\u00f9 buffe sfilarono davanti a lui; e, come la regina Vittoria, egli non si divertiva. Sbott\u00f2 finalmente, davanti ad una anguilla che delicatamente si bilanciava sulla punta della coda con disperata dignit\u00e0. Che bel pezzo di letteratura fantastica si potrebbe ricavare da questo racconto! Quanta filosofia nella visione di quel mondo tutto prosciugato prima che venisse quel benefico diluvio di ilarit\u00e0<\/em>\u201d. Insomma: dopo di noi, non ci sar\u00e0 il mare (di lacrime), ma il diluvio (di risate).<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">(Questo articolo \u00e8 apparso sul Foglio il 7 settembre 2007)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Dopo, il mare non ci sar\u00e0 pi\u00f9. 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