La bella forza sana del rock

Sono stato venerdì scorso in un piccolo bel locale di Roma, il Foollyk, per ascoltare il concerto dal vivo di Antonio Zirilli & the Blastwawes. Non era la prima volta che li ascoltavo, mi lega con il leader del gruppo un’amicizia di quasi 30 anni, ma sabato scorso mi sono, ancora una volta, riconciliato con la musica rock e, grazie alla musica, con il mondo. La forza che ha la musica forse non ce l’hanno le altre forme artistiche, nemmeno la poesia, la letteratura, la pittura.. C’è qualcosa nella musica ad un tempo di viscerale e di celestiale, una forza che viene da fuori (da dove arriva?) ma che ritrovi dentro, a livello proprio di pancia e questo effetto di dentro/fuori ti porta ad esclamare che quella musica che stai ascoltando, anche se è la prima volta che la senti, è come se l’avessi da sempre sentita. La musica come l’amore spezza e azzera il passare del tempo. Provate, ad esempio, sentire “Tempest”, l’ultimo disco di Bob Dylan, e ascoltate la title track e percepirete subito questo effetto, pensando: “questa musica è sempre esistita, ma dov’era finita fino ad oggi?”. I grandi musicisti sembrano in questo senso come dei minatori che scavano nella memoria del mondo e tirano fuori qualcosa di cui avvertivamo la presenza ma non riuscivamo mai a bloccare, a cristallizzare ma solo a rievocare, inseguire.. scoprono gemme preziose che ripuliscono e offrono alla nostra contemplazione. Ho citato Dylan che è uno dei “numi tutelari” di questo gruppo di giovani musicisti italiani, i Blastwawes, le “Onde d’urto” che in effetti producono un bell’impatto nell’ascoltatore, soprattutto se si tratta di una performance dal vivo.

Dopo il concerto ho ripreso in mano il loro album d’esordio, Trying to get out, del 2010 e riascoltarlo è stato un vero piacere. Dylan si sente molto, ad esempio, in Tacarigua de Mamporal (un bel pezzo quasi tex-mex con tanto di violino e slide guitar suonati da Stefano Tavernese), uno dei pezzi più belli come anche gli altri scritti insieme da Antonio Zirilli e la moglie Tita Misasi, in particolare One big lie che forse è il pezzo migliore in assoluto, anche grazie all’interpretazione di Joe D’Urso che accompagna Zirilli nel canto. Il sound dylaniano è peraltro evidente in un’altra canzone che non compare in questo album ma in un album-tributo a Springsteen (For You n.2, sempre del 2010) che vede Zirilli impegnato in una rivisitazione di Growin’ Up del Boss che assomiglia da vicino a Every Grain of Sand di zio Bob. Il rock sano, energetico, vitale di Springsteen è il vero alveo in cui si muove questa allegra banda di rockers nostrani e basta affacciarsi ad uno dei loro concerti per rendersene conto. Già il primo pezzo dell’album, con un titolo-citazione come It’s still hard to be a saint in the city segnala l’omaggio al Boss del New Jersey (tra l’altro è noto che la mamma di Bruce è italiana e fa proprio Zirilli di cognome, il sangue è sangue) e altri pezzi come A weird light e soprattutto Run through the rain confermano piacevolmente l’imprinting spingsteeniano, confermato anche dalle presenze nell’album (e nel repertorio di cover eseguite dal vivo) di tutto l’entourage che ruota intorno a quella musica lì, dal già citato Joe D’Urso a Willie Nile per fare giusto alcuni nomi.

L’amico Davide Rondoni, poeta di Forlì, sostiene che la grandezza del popolo italiano (e della sua arte) sta nel suo essere ad un tempo mistico e popolare e cita Dante come esempio massimo di questo meraviglioso mix. Lo ha colto nel suo ultimo docu-film il regista americano Jonathan Demme (grande springsteeniano anche lui) che ha dedicato un intero documentario alla musica di Enzo Avitabile (Enzo Avitabile – Music Life) recentemente applaudito al Festival di Venezia.. è vero che molte volte i nostri talenti noi non li vediamo e devono venire dall’estero per mostrarceli. Mi viene in mente questo binomio (mistico-popolare) perchè è questa la direzione verso cui si muovono anche Antonio Zirilli & The Blastwawes: durante il concerto di sabato scorso infatti ad un certo punto è intervenuto il musicista romano Valerio Billeri che, insieme a Zirilli, hanno dato un assaggio del loro prossimo progetto, un album per metà in dialetto romanesco (Billeri) e per l’altra metà in dialetto siciliano (Zirilli), forse il momento più intenso, divertente, trascinante dell’intero concerto. A due anni di distanza dalla prima positiva prova, ora ci aspetta una bella promessa, questo album ancora senza un nome, mistico e popolare, “back to the roots“, secondo la migliore tradizione della musica (italiana, americana, mondiale). Non perdetevelo.