Il ritorno del decisionismo

 

Pugno-150x150Decido io. Queste le prime parole di Antonio Conte nel momento in cui è diventato C.T. della nazionale italiana. Parole molto efficaci, che colpiscono e che fanno sperare bene per la nostra malridotta nazionale di calcio. Mi sembrano parole in perfetta corrispondenza con il clima culturale della società italiana contemporanea. Può sembrare paradossale o anche forzato, ma a me la frase di Conte mi è suonata simile a quella pronunciata negli stessi giorni da Richard Dawkins, noto scienziato e ateo, che ha definito immorale il non abortire un figlio malformato. Anche qui si tratta di una decisione e di un “io” che se ne prende tutta la libertà e la (tragica) responsabilità.

Viviamo l’epoca della prima persona singolare, di quella ipertrofia dell’ego di cui il decisionismo è solo una sfaccettatura. C’è un altro personaggio emblematico di questo atteggiamento oggi così diffuso e vincente: il nostro attuale primo ministro Matteo Renzi. Non perde occasione l’ex-sindaco di Firenze per ricordare che c’è “un solo uomo al comando” e di questo potere decisionale si assume tutte le responsabilità, se dovesse fallire la colpa sarà solo sua e delle sue decisioni.

Venti anni prima gli aveva spianato la strada, sulla via del decisionismo, Silvio Berlusconi che però alla fine ha deciso ben poco, ma solo promesso di farlo. Nelle sue intenzioni c’era la rivoluzione liberale di cui necessitava l’Italia che andava tirata fuori dalla palude del consociativismo e della concertazione a oltranza, ma le buone intenzioni si sa dove portano. Forse una delle cause del declino di Berlusconi è stato proprio questo aver promesso e non mantenuto, proprio in termini di decisionismo. Questa brutta parola, gli -ismi non brillano mai particolarmente, ricordo che venne usata, forse per la prima volta, per Bettino Craxi negli anni ’80, quando il leader socialista si presentò con un atteggiamento simile, riassumibile nelle parole: “io decido”, come a dire: al contrario di tutti questi vecchi politici che in Parlamento discutono e basta, io sono uno che fa le cose, agisce. Anche Craxi aveva in mente una rivoluzione liberale, così come Berlusconi e come oggi Renzi. I tre hanno colto un’esigenza reale del nostro paese. Colpisce che oggi sia uno come Renzi, segretario del PD, a fronteggiare questa esigenza, ma se Berlusconi in venti anni non l’ha fatto qualcuno doveva pur pensarci: in politica, come in fisica, i vuoti non esistono, si colmano. Oggi Renzi colma un vuoto e un ritardo di almeno due decenni e lo fa con il piglio del decisionista, di chi si fa vedere “poco politico” e “molto leader”.

Ma la politica, appunto, non è qualcosa di leggermente diverso? Non è far maturare una scelta che goda della condivisione più ampia? Non nel senso di “noi decidiamo”, perchè poi è sempre una parte che deve assumersi le responsabilità ed è giusto che ogni decisione debba infine scontentare qualcuno, ma il dubbio maggiore viene soprattutto sull’aspetto del “far maturare”: siamo sicuri che questo atteggiamento del “decido io”, sia il più adatto per operare scelte ponderate e intelligenti?

L’intelligenza degli avvenimenti, proponeva Aldo Moro, un uomo politico che oggi sembra appartenere ad un’era lontanissima, con la sua lentezza, la ricerca anche spasmodica dell’ultima mediazione possibile, l’esatto opposto del “decido io” ora così di moda. Moro predicava e prediceva la necessità della nascita di una nuova “stagione dei doveri” da affiancare alla “stagione dei diritti” emersa con prepotenza con il ’68 pena il tracollo dell’Italia; oggi viene da pensare che a fianco alla rivoluzione liberale è necessario che si realizzi anche una “rivoluzione sociale”. Proprio nel momento in cui “l’ultimo apache” del comunismo nostrano, Fausto Bertinotti, si dichiara pentito degli errori commessi e appassionato neofita liberale, viene da pensare che un po’ di “socialismo” deve restare, se mai è stato realizzato, in modo sano, nel nostro paese.

Chi legge questo mio blog, così lento negli aggiornamenti, sa che il mio motto, così inattuale, è “fare il bene, farlo bene, farlo insieme”, non potrebbe essere un motto per la politica leggermente migliore di “decido io”?

 

Squadra che vince, si cambia

 

Bilanci-squadre-di-calcio-BarcellonaE così anche la Spagna esce dal mondiale, dopo la seconda sconfitta consecutiva, questa volta ad opera del Cile. Viene in mente il malinconico esito dell’Italia del 2010, quando il C.T. Marcello Lippi realizzò un errore doppiamente sciagurato: tornò indietro sulla saggia decisione che nel 2006 lo aveva spinto a dimettersi all’indomani del mondiale vinto, e tornò indietro anche nella formazione della nazionale richiamando il gruppo reduce della vittoria di quattro anni prima. Così, oggi, la Spagna: stesso C.T., stesso gruppo-squadra. Insomma questi ultimi episodi dei mondiali di calcio ci hanno insegnato una cosa, che tornare indietro è impossibile e quindi privo di senso, per cui non è affatto veritiero il detto, nato proprio in ambito sportivo, che recita “squadra che vince non si cambia” e che spesso viene esportato (con uguale perniciosità dunque) anche in altri ambiti, si pensi ad esempio alla politica. Alla luce di questi episodi (ma la serie potrebbe essere molto più lunga) è chiaro invece il contrario: squadra che vince deve assolutamente essere cambiata altrimenti l’insuccesso è inevitabile. L’appagamento, dovuto al successo, porta a “sedersi”, a sentirsi sazi, a perdere fiducia, grinta e speranza, a perdersi e a perdere.

C’è invece un’altra grande narrazione, che non ha a che fare con lo sport, che insegna la saggezza della vita come “cambiamento continuo”, ed è la lezione che scaturisce dal Vangelo e che Papa Francesco ha ben racchiuso nella sua raccomandazione: “il cristiano deve avviare processi, non occupare spazi”. Questa saggezza può valere nel calcio, ma deve essere la regola nella politica, dove l’occupare spazi può facilmente diventare l’anticamera della cosiddetta “questione morale”.

Il modello di riferimento resta sempre Gesù, che già nel primo capitolo del Vangelo più antico, quello di Marco, risponde così al fenomeno della sua fama che subito si diffonde in lungo e in largo: “Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce e, trovatolo, gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». E andò per tutta la Galilea…” (Marco 1,28-39). Gesù non si ferma al successo raggiunto, ma va “altrove”, sposta sempre il baricentro (quello suo e quindi quello dei suoi seguaci) di qualche grado in modo da non riposarsi, non cadere nella scontatezza della ripetitività.

cenacoloE la paradossalità di Gesù, il suo essere “segno di contraddizione” vale in tutte e due sensi: per lui non solo “squadra che vince si cambia”, ma è vero anche il contrario, per cui “squadra che perde non si cambia”. Per capirlo si deve passare dall’inizio della sua predicazione alla fine della sua avventura terrena, quando, dopo la resurrezione, non appare ad altri uomini, magari migliori di quella squadra degli undici apostoli che certo non avevano dato una bella prova di sé, ma torna proprio da loro, da quegli amici, codardi e traditori. Il segreto di questo gesto paradossale è in quella parola lì, “amici”. In questo caso allora il “tornare indietro” è possibile e acquista un senso profondo, alto: allargare lo spazio della possibilità, restituire all’uomo ferito un’altra occasione di riscatto, dargli quell’iniezione di fiducia di cui tutti gli uomini hanno bisogno, per ritornare sui propri errori e riprovare a superare quegli scogli che a prima vista appaiono invincibili.
Michael_Jordan_Net_WorthChi vince può solo perdere, così come solo se si perde si può vincere, proprio come diceva di sé uno dei più grandi atleti della storia dello sport di tutti i tempi, Michael Jordan: “Nella mia vita ho sbagliato più di novemila tiri, ho perso quasi trecento partite, ventisei volte i miei compagni mi hanno affidato il tiro decisivo e l’ho sbagliato. Ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto”.
(questo articolo è apparso su Avvenire il giorno 19 giugno 2014)

 

Il (quarto, quinto…) potere è nudo

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Martedì scorso, 29 aprile, durante la trasmissione televisiva Ballarò, è stato intervistato da Giovanni Floris il vescovo Mons.Nunzio Galantino, di recente nominato Segretario Generale della CEI da Papa Francesco e tra le altre cose, con quel candore concretissimo che li contraddistingue (a lui e al Papa), ha espresso un concetto semplicissimo, capace quindi di denudare il re, anche quel re irsuto e ostico rappresentato dalla stampa, dalla televisione e dai mass-media, i cosiddetti quarto e quinto potere. Mons.Galantino ha detto che i politici dovrebbero stare più per la strada, a stretto contatto con la gente del popolo, per sentirli più vicini, farsi sentire più vicini, comprendere meglio le loro esigenze in modo da servirli più convenientemente. E quindi ha rivolto una preghiera a tutti quei giornalisti che sempre si affollano attorno ai politici (ha fatto l’esempio più eclatante, quello di Renzi, il giovane premier italiano) e che proprio facendo così impediscono il contatto tra gli uomini politici e gli uomini del popolo, tra i governanti e i governati.
Mons.Galantino ha colto nel segno, la sua è stata una puntura, una piccola trafittura che infatti ha tolto il fiato per un attimo al loquace conduttore della trasmissione che non ha potuto far altro che sorridere per un secondo, segno che dovrebbe aver capito (il condizionale è d’obbligo, vista la tendenza di Floris a sorridere sempre a tutto e a tutti, forse per il gusto di esibire la smagliante dentatura).   Continua a leggere

L’eccezione democristiana

tocqueville431Sono nato nel 1966 e ho quindi vissuto nel pieno della lunga stagione democristiana per cui sono stato abituato ad alcune modalità, ritmi, riti della politica che però oggi sono del tutto saltati. Cioè, per la nostra generazione la DC e il suo modus era il modus della politica, con il senso alto dell’istituzioni; il mondo della politica era quella cosa lì e non era comprensibile altro, la politica era sempre stata quella cosa lì.
Oggi però è tutto saltato e da 20 anni noi democristiani non ci raccapezziamo. Craxi ha perso ma il craxismo ha vinto. Parlando con l’amico Marco Follini qualche giorno fa mi faceva notare che la DC, che per noi era la “regola”, in realtà è stata una eccezione. Una lunga eccezione, la lunga eccezione italiana. Dovuta senz’altro a tanti fattori storici (la fine del fascismo, la fine della guerra, il rilancio economico..) ma di fatto un’eccezione.  Pochi anni fa ho letto un’intervista di De Mita in cui diceva che “il merito della DC è stato quello di fare di un paese reazionario un paese democratico”. Ha ragione, tanto per cambiare. Cioè: la realtà italiana è quella di un paese populista, tendente al conservatorismo (se non alla reazione), che cerca sempre un’autorità forte a cui delegare tutto.
Il Papa di recente ha chiesto ai vescovi italiani di fare come tutti gli altri vescovi del mondo: eleggersi il proprio presidente (il pres. della CEI, oggi Bagnasco) e invece i vescovi italiani gli hanno risposto che preferiscono conservare lo status quo, e cioè che il presidente della CEI deve essere scelto dal Papa.
L’Italia pre-unitaria, l’Italia monarchica e poi il fascismo, tutta questa lunga storia (che potremmo far risalire su su fino al “panem et circenses” degli antichi romani) ci dice che gli italiani tendono facilmente al populismo. La DC è stata la grande eccezione: ha fatto maturare il Paese abituandolo a scegliere non il leader, non il nome, il “faccione”, ma un partito con un programma, con ideali, visioni di società.. più di 40 anni è durata questa cosa qui, la “grigia” DC che non aveva mai grandi leader che tiranneggiavano dispoticamente dentro il partito o nel paese, ma ora tutto questo è scomparso. Craxi negli anni ’80 ha dato il via e poi negli anni ’90 Berlusconi e tutti gli altri (Casini compreso, nel suo piccolo) hanno rifatto circolare in Italia il virus del “personalismo” in politica. Il risultato è stato che al populismo di Berlusconi, dopo 20 anni di insipienza politica da parte di tutti, si è aggiunto il populismo di Grillo e oggi, in parte, quello di Renzi. Il boom di Grillo ha raddoppiato rispetto a Berlusconi il voto populista (e anti-politico) nel paese e Renzi, al di là della sua storia e delle sue intenzioni, si trova costretto a seguire le stesse modalità populiste e personaliste.
E’ facile prevedere che alle prossime elezioni i voti si divideranno tra: 25% astensione, 25% Berlusconi, 25% Grillo e 25% Renzi. E fa bene quindi Renzi a cercare alleanze, anche con Berlusconi.
Ma il punto che ora mi interessa è questo: l’eccezione democristiana (quel “grigiore” che per noi era la regola) era un’eccezione virtuosa, feconda per la democrazia e la politica, ma è stata solo un’eccezione. Siamo ritornati ad essere italiani. Ovviamente spero che in fondo questa mia analisi sia sbagliata, e attendo smentite.

Dettaglio rivelatore

Marco Travaglio ha dedicato di recente un articolo di strali (altro non sa fare) tutti rivolti contro Giuliano Ferrara, colpevole non solo di non essere d’accordo con lui ma anche di averlo ribattezzato Marco Dettaglio. Tralascio il contenuto dell’articolo (trattasi di fango, come al salito) e mi soffermo su tre espressioni utilizzate, perchè spesso è proprio il dettaglio ad essere rivelatore.

7bastaPrimo dettaglio: il giornalista s’interroga su Ferrara e su “che mestiere farebbe in un paese normale?”. Secondo dettaglio: il giornalista redige una rapida biografia di Ferrara e, con dileggio e disprezzo lo presenta, tra le altre cose, come “funzionario del Pci, consigliere comunale a Torino”, e poi un’altra lunga serie di “qualifiche” tutte presentate con disprezzo massimo, tutte tranne una: “manganellatore di lottatori continui (forse l’attività meno inutile della sua esistenza)”.

Terzo dettaglio: nel finale della sua invettiva, nella foga della vibrante oratoria, Travaglio conclude dicendo che “Ieri questo fenomeno da lunapark, a mezzadria fra mangiafuoco e la donna cannone, ha scritto che “Travaglio è nervoso”, “ha perso le staffe” e financo “le elezioni” (senza essermi mai candidato, diversamente da lui)”.  Continua a leggere