Tempest

Dopo un’attesa di tre anni dall’ultimo album (Together trough life, il titolo è un verso di Whitman) l’11 settembre 2012 è uscito il 35^ album di Bob Dylan con il titolo Tempest. Un disco apocalittico, che parla della fine, una fine colore rosso-sangue come è già evidente dalla copertina del cd, al punto che molti l’hanno collegato all’attentato delle Torri Gemelle, ma in realtà l’anniversario è un altro, l’esatto cinquantesimo anniversario dell’uscita del primo long-playing del famoso cantautore del Minnesota.

Le prime otto canzoni di Tempest convergono verso la nona e penultima, la grandiosa title track, una ballata a ritmo di valzer che sembra essere fuoriuscita da un film western di John Ford, lunga 14 minuti e composta da 45 quartine rimate, basata su una melodia della Carter Family e interamente dedicata all’affondamento del Titanic (la coincidenza più “tonda”: cento anni esatti dal naufragio più famoso del mondo), l’apocalisse moderna per eccellenza, non a caso Dylan inserisce nei suoi versi il capitano che legge proprio The Book of Revelation, riempiendo di lacrime la sua tazza da tè. Questo convergere è chiaro sin dalla prima canzone, The Duquesne Whistle, in cui si parla di un fischio, forse quello di un’acciaieria ma anche quello della nave, del Titanic: il viaggio comincia e lo fa con i migliori auspici, con un’aria spensierata e toni dolci (quella delle prime due canzoni) ma l’apparenza inganna. Già nel terzo brano la musica cambia: Narrow Way è un blues ossessivo che ci avverte che la strada si fa più stretta ma è la dolente canzone successiva a contenere il senso dell’intera raccolta: Long and Wasted Years è la più breve ma forse la più bella delle dieci canzoni, un brano epico per la forza della musica (la sensazione è che descrivi la scena di un mondo intero che crolla) quanto semplice per il testo (un dialogo notturno tra un uomo e una donna che parla confusamente nel sonno). Lui le dice: Tu non devi andartene, sono appena venuto da te perché sei mia amica/ Penso che quando avrò girato la schiena/ Tutto il mondo dietro me sarà bruciato. L’apocalisse in una stanza da letto, nelle parole smozzicate di un dialogo praticamente impossibile perchè la donna c’è ma non c’è, una scena che per un “dylanologo” italiano ricorda da vicino i racconti di Raymond Carver. Il tema del tempo wasted, guastato, dello “spreco” e della “vanità” è un tema antico nei versi di Dylan che già nel 1962 in uno dei suoi brani più noti cantava: “Avresti potuto fare di meglio ma non mi interessa /
Hai solamente sprecato il mio tempo prezioso 
/ Ma non pensarci, va tutto bene”.

Dopo il quinto brano che ha il sangue già nel titolo (Pay in blood) si apre la visione più apertamente apocalittica della raccolta, Scarlet Town in cui la rockstar di Duluth canta sopra un tappeto lacerante di violino: “Nella Città Scarlatta, la fine è vicina/ Le sette meraviglie del mondo sono qui/ Il cattivo ed il buono vivono fianco a fianco/ Tutte le forme umane sembrano glorificate”.

Gli echi biblici sono così evidenti che… [per il resto dell’articolo apparso sul numero 3897 del 3 novembre 2012 de La Civiltà Cattolica, cliccare qui:

http://www.laciviltacattolica.it/it/quaderni/articolo/3002/tempest/ ]