Cinema e politica, un rapporto complicato

Cinquant’anni fa negli USA veniva pubblicato un romanzo di Edwyn O’Connor, The Last Hurrah, che riscosse anche un discreto successo vincendo tra l’altro l’Atlantic Prize. Due anni dopo, oltre alla pubblicazione italiana (con lo stesso titolo, per i tipi della collana Medusa Mondadori), uno dei più grandi registi nordamericani ne trasse un film dolente e struggente, aggiungendo un altro capolavoro alla sua lunga lista: il regista era John Ford, il titolo del film (non western) sempre lo stesso, L’ultimo urrà e il protagonista un bellissimo Spencer Tracy.

Il romanzo, l’unica opera di O’Connor tradotta in italiano, non più ripubblicata, è oggi introvabile così come il film che non è mai stato trasferito né su VHS né su DVD. A distanza di 50 anni questa storia invece non ha perso il suo smalto. E’infatti uno dei pochi film nell’intera storia del cinema che parla direttamente della politica e che lo fa senza cadere nel rischio, molto diffuso non solo nel nostro paese, del moralismo ipocrita.

La storia è semplice: Frank Skeffington, anziano sindaco di una città non meglio identificata del New England, si presenta all’elezioni per il suo ultimo tentativo di essere rieletto ma dopo una dura campagna non ce la farà: il suo ultimo ruggito da vecchio leone non sarà sufficiente e verrà battuto dagli “uomini nuovi” che poi tanto nuovi non sono affatto. Kevin Mc Cluskey, il giovane e candido candidato antagonista, è quello che oggi si potrebbe definire un “piacione”: un bella testa vuota, ma molto telegenica e, soprattutto, supportata dall’appoggio di una bella cordata di uomini rappresentanti dei cosiddetti “interessi forti”. O’Connor e Ford ci mettono pure lo scontro tra la ricca e algida comunità wasp, che si muove arrogante dietro il piacione e quella cattolica, più povera e popolare, di matrice irlandese e italiana, da cui il vecchio sindaco proviene e anni prima aveva raggiunto il potere, rompendo le uova nel paniere alle vecchie consorterie protestanti; ma questo è un dettaglio di “colore” che poco aggiunge al nodo centrale della vicenda raccontata. Il vecchio Skeffington rappresenta la politica dei “vecchi tempi”, fatta ancora di campagne elettorali “porta a porta”, con comizi e bagni di folla, strette di mano, veglie funebri e tante raccomandazioni: il suo tempo è passato ma ancora non se ne è accorto. McClusky, non si tuffa invece nella tumultuosa e sporca folla, ma si lascia piuttosto intervistare, insieme all’amabile famiglia, di continuo dai diversi canali televisivi, canali nuovi, vie nuove della comunicazione, che invece trovano l’anziano sindaco impreparato e maldestro. La cosa interessante del film è che sotto un certo punto di vista, quello morale, Skeffington appare più disinvolto e più “compromesso” di McClusky, che sembra “incapace” anche di fare il male.

Un altro, anzi un’altra O’Connor, Flannery, contemporanea ma non imparentata con l’omonimo Edwyn, pur non occupandosi mai di politica nei suoi racconti, ha qualcosa da dire, di molto interessante, sulle stesse tematiche morali e spirituali. Morta nel 1964, Flannery O’Connor era una piccola (e malata) donna del sud degli Stati Uniti che diceva di scrivere quello che scriveva non “malgrado” ma proprio “perché cattolica”. Non era una persona abituata alla sottigliezze e il suo parlare era “sì sì, no no”: una volta affermò, con toni non proprio da dialogo ecumenico, che se l’eucaristia era solo simbolo (come per molta parte dei protestanti) allora per lei poteva “andare al diavolo”. I racconti della O’Connor non parlano direttamente di politica ma possono rivelarsi molto utili, anche per il lettore italiano di oggi, perché lo costringono ad ampliare ed approfondire la sua visione del mondo. Per lei scrivere è molto vicino all’esperienza del dipingere e lo scrittore bravo deve fare come il pittore, osservare, fissare, contemplare. Inoltre la O’Connor, da brava cattolica, ha due nemici giurati: il moralismo e il manicheismo. Per lei ogni racconto è la descrizione dell’opera della Grazia nei territori del diavolo (e spesso sono davvero infernali gli scenari umani rappresentati nei suoi racconti). Quindi niente storielle a lieto fine, il suo scrivere “da cattolica” non vuol dire costruire trame edificanti ma approfondire il mistero della realtà, penetrare la realtà attraverso una discesa “ad inferos”; questa è la lezione della O’Connor che ha compreso bene come il rischio dell’uomo contemporaneo è lo spiritualismo, il moralismo e il sentimentalismo (e forse sta qui, nel sentimentalismo, la ragione della strana assenza di buoni film sulla politica).

Si sente forte l’eco della lezione di San Tommaso, con la sua rivalutazione del concreto e del sensibile, e di Karl Rahner il quale, tra l’altro, ha scritto che “come esistono dipinti che non si possono appendere in chiesa, in quanto non hanno una tematica espressamente cristiana, oppure si può prevedere che non sarebbero capiti dal grosso della comunità, eppure nella loro sostanza umana…sono in realtà molto più “cristiani” di un quadro privo di carica umana che rappresenta San Giuseppe, così avviene anche nel campo della narrativa”. Si sente forte, infine, una nota simile a quella di Benedetto XVI che nella sua enciclica sulla carità, sfidando l’impopolarità, è arrivato a dire che “l’amore non è soltanto un sentimento. I sentimenti vanno e vengono. Il sentimento può essere una meravigliosa scintilla iniziale, ma non è la totalità dell’amore.”.

E’ quanto mai attuale la lezione della O’Connor, specie nella sua critica al manicheismo che per la scrittrice americana non è solo cattiva teologia ma anche pessima letteratura: “La narrativa riguarda tutto ciò che è umano e noi siamo polvere, dunque se disdegnate di impolverarvi, non dovreste tentare di scrivere narrativa.”. Lo stesso dicasi per la politica che non è certo fatta per le anime belle ma per le belle persone, come in fondo è il vecchio Frank Skeffington (soprattutto quando, nella versione “fordiana”, ha il volto roccioso di Spencer Tracy). Il vecchio sindaco, sconfitto ma non domo, rappresenta una modo di fare politica ormai superato dai tempi: la televisione ha ormai preso il posto della piazza ed ora premia di più sporcarsi le mani non solo tra la gente ma anche nei salotti che contano.

C’è un’aria di perdita dell’innocenza nel film di Ford, la stessa aria che si respira nello splendido Quiz Show di Robert Redford, ambientato nello stesso torno di tempo, la fine degli anni ’50. Scritto sulla base dei ricordi di Richard Goodwyn (membro attivo dello staff di John Kennedy), questo film racconta la storia del processo che rivelò la corruzione presente nel più popolare dei quiz televisivi e la fine di uno dei tanti “sogni americani” (anch’esso quindi molto attuale per noi italiani ai tempi di “piedi puliti”). Ma lo schianto peggiore per il sogno americano fu senz’altro ciò che accadde qualche anno dopo (e che il mondo intero vide, ancora una volta, attraverso l’occhio spietato della televisione) a Dallas il 22 novembre 1963, una di quelle date che potrebbero far pensare romanticamente alla fine, per l’America, dell’età dell’innocenza.

In quella stessa data, dall’altra parte dell’oceano, nel suo appartamento di Cambridge, moriva discretamente come era vissuto, lo scrittore inglese C.S.Lewis (sì, l’autore delle Cronache di Narnia). Anche lui, come Flannery O’Connor, non si era occupato mai direttamente di politica, ma a leggere oggi i suoi saggi (anche questi molto difficili da reperire in Italia) il lettore potrebbe ricavarne stimoli utili anche per ampliare la sua visione sul mondo e quindi anche sulla politica. In particolare, in un saggio dedicato alla letteratura fantastica, Other Worlds, pubblicato proprio nel 1963 dalle Paoline ed oggi ingiustamente obliato, Lewis, con il suo solito gusto per il paradosso, affermava di arrivare a preferire un’anima brutta al comando di una comunità civile, rispetto al rischio insito nella “purezza” dell’anima bella: “Se è inevitabile avere un tiranno,” scrive Lewis, ““un barone ladrone” è assai meglio di un inquisitore. La crudeltà del barone può talvolta assopirsi, la sua cupidigia saziarsi; e poiché intuisce confusamente di far male, potrebbe anche pentirsi. Ma l’inquisitore, che scambia la propria crudeltà e sete di potenza e di terrore con la voce celeste, ci tormenterà all’infinito perché ci tormenta con l’approvazione della propria coscienza, e i suoi impulsi migliori gli appariranno come tentazioni”.

 (il presente articolo è apparso su Il Foglio il 2 gennaio 2007)