Chesterton (per il buon uso di)

Da circa otto anni, grazie alla gentilezza del direttore de Il Foglio, scrivo di “cose vaticane” e dovendo osservare e commentare l’azione dei sommi pontefici ho fatto a volte riferimento a quel pozzo senza fondo di felicità (la citazione, libera, è di Borges) che è la vastissima opera dello scrittore inglese Gilbert Keith Chesterton. Penso sia qualcosa di naturale, visto quanto Chesterton sia stato letto e amato dai Papi del ‘900 a partire da Pio XI che quando morì nel 1936 lo qualificò con il titolo di Defensor Fidei (riscattandolo dalla cattiva sorte del precedente: l’ultimo inglese a cui era stato attribuito era stato Enrico VIII).

In particolare con Benedetto XVI il compito è stato facile: mi sono sentito autorizzato a glossare il suo magistero e la sua predicazione anche per la confidenza che personalmente mi fece l’allora cardinale Ratzinger, eravamo nell’anno del Giubileo, sul gusto che ci trovava nel leggere i libri di Chesterton, il quale secondo lui aveva la capacità di affrontare i profondi temi della fede con leggerezza e humour. Benedetto XVI ha citato direttamente lo scrittore inglese proprio su questa virtù, l’umorismo, fondamentale per il cristiano, quando, intervistato in Germania da un pool di network tedeschi, alla singolare domanda su quale ruolo avessero nella vita di un Papa lo humour e la leggerezza, aveva risposto: “io non sono un uomo a cui vengano in mente continuamente barzellette. Ma saper vedere anche l’aspetto divertente della vita e la sua dimensione gioiosa e non prendere tutto così tragicamente, questo lo considero molto importante e direi che è anche necessario per il mio ministero. Un qualche scrittore aveva detto che gli angeli possono volare perché non si prendono troppo sul serio. E noi forse potremmo anche volare un po’ di più, se non ci dessimo tanta importanza”. Citazione tratta da un brano di Ortodossia, forse il capolavoro di Chesterton, che peraltro continua osservando come l’unico angelo che è caduto, Lucifero, è caduto proprio la forza di gravità, perchè quando si è gravi, solenni, seriosi, si è anche inevitabilmente grevi. A questa triste mancanza di leggerezza mi hanno fatto pensare tutti i recenti tentativi di affossare il volo di Papa Francesco, tentativi provenienti da più parti e spesso realizzati “a colpi di Chesterton”, il che è davvero paradossale, ma non nel senso sano e positivo che intendeva lo scrittore inglese. Ora si può usare il Vangelo e strumentalizzarlo anche, sono venti secoli che ogni cristiano, in quanto peccatore, pratica questo sport, e lo si può fare perchè in fondo la misericordia di Dio è infinita. Si può usare come un randello anche Benedetto XVI contro Francesco, perchè in fondo la pazienza del dolce e mite Joseph Ratzinger è quasi infinita, ma non si può randellare Francesco con Chesterton, perchè la pazienza dei poveri chestertoniani è ormai giunta al limite estremo della sopportazione. Questi “affossatori in nome di Chesterton” mi ricordano quegli intellettuali di cui parla proprio lo scrittore inglese, che non so se amasse la ragione ma certo diffidava dell’intelletto: Ciò che comunemente chiamiamo mondo intellettuale si divide in due categorie di persone: coloro che venerano l’intelletto e coloro che lo usano. Vi sono eccezioni, ma, solitamente, non si tratta mai delle stesse persone. Coloro che usano l’intelletto non lo venerano, lo conoscono troppo bene. Coloro che venerano l’intelletto, non lo usano, come è dimostrato dai discorsi che fanno quando ne parlano”.

Benedetta risataSi può dunque “utilizzare” lo scrittore inglese per commentare e supportare il Papa tedesco, ma non si può strumentalizzare Chesterton contro il gesuita argentino. Non si può per diversi motivi. Innanzitutto perchè non si può strumentalizzare nulla e nessuno e soprattutto non lo si può fare “contro” qualcun altro. Da buon cattolico Chesterton non era un uomo “contro”, era magari contro chi gli si metteva contro per cui la sua polemica era contro i tipi polemici, non a caso diceva di odiare i litigi perché interrompono le discussioni. La preposizione del cattolico è “per”, non “contro”. Lo dice bene Benedetto XVI in Luce del mondo in una frase squisitamente chesternoniana: “Tutta la mia vita è stata attraversata da un filo conduttore, questo: il Cristianesimo dà gioia, allarga gli orizzonti. In definitiva un’esistenza vissuta sempre e soltanto “contro” sarebbe insopportabile”. E’ vero, i polemici sono insopportabili, quasi quanto i saccenti, i “dottori della legge” (le due cose spesso coincidono). L’approccio cattolico è l’opposto, come sottolinea la cattolicissima Flannery O’Connor: “non si può dire ad un altro quello che non deve fare, si deve fare diversamente”. La vita viene prima, primerea direbbe il Papa argentino. Per lui non si tratta di difendere ma di promuovere, di essere “pro”, a favore del movimento, del mettere in moto, del trascinare e sa che è la vita che trascina, non le parole. Ecco perchè Bergoglio sottolinea l’incongruenza del proselitismo. Me lo ha chiarito, sempre su questo giornale, Costanza Miriano quando nota che la differenza tra annuncio e proselitismo è la stessa tra l’inseguire e il farsi inseguire: il cattolico non insegue gli altri ma è talmente affascinante nella sua gioia che gli altri non possono non inseguirlo. Egli si propone, con sapida leggerezza, non come una risposta, piuttosto come una domanda, come osserva il teologo Harvey Cox: “I cristiani non possono essere spiegati coi termini del mondo, perché non vivono semplicemente per la loro classe o la loro razza, per i loro interessi nazionali o sessuali. Essi presentano al mondo un enigma, qualcosa di inesplicabile di cui la gente deve finalmente chiedere.” Fare domande è molto più difficile che dare risposte, per questo la maggior parte della gente predilige la seconda attività, dimenticando la sentenza di Oscar Wilde: “A dar risposte sono capaci tutti, ma a porre le vere domande ci vuole un genio”.Non piace di Bergoglio la sua genialità, la sua apparente dubbiosità, il suo insistere con i punti interrogativi (“Chi sono io per giudicare?”, l’esempio più macroscopico), quando in realtà non esiste persona meno dubbiosa di Francesco, che non solleva dubbi ma pone domande, non chiude la discussione ma apre, squaderna le “questioni” nel senso tomista del termine, “questio”, ovvero “ricerca”. “Non sono uno che ha dubbi, sono uno che fa domande” dice il personaggio del Nero in Sunset Limited di Cormac McCarthy: “Uno che fa domande vuole la verità, uno che dubita vuole sentirsi dire che la verità non esiste”. Tutto qui, è la differenza tra aprire e chiudere. Francesco è uno che spalanca, che corre questo rischio, perché è l’unica cosa che un cattolico può fare: spalancare (porte), spendere (talenti), spargere (semi), generare (vita), rischiare (sempre vita). Lo ha detto bene proprio Chesterton in un’intuizione che oggi suona profetica: parlando di san Francesco d’Assisi e del suo “antesignano”, San Benedetto da Norcia, ha affermato che “quello che Benedetto ha seminato, Francesco lo ha sparso nel mondo intero”.

francesco aereoNon si può quindi, chestertonianamente parlando, usare Benedetto contro Francesco, anche perchè se Benedetto ama e cita Chesterton, Francesco è Chesterton, anzi, è un personaggio dei suoi romanzi. In particolare Jorge Mario Bergoglio è Innocenzo Smith, il protagonista del capolavoro dello scrittore inglese, Manalive. Bergoglio è Uomovivo, colui che arriva come un vento a casa Beacon per spazzare gioiosamente via con i suoi enigmi tutte le ragnatele del mondo vecchio e convenzionale che soffocavano e mortificavano la vita. Lo ha fatto rovesciando tutti gli schemi possibili, sin da quell’inchino del primo minuto, quando invece di benedire la folla sotto il balcone si è fatto benedire prima lui. Un gesto ad un tempo francescano e chestertoniano per il gusto del rischio e la paradossale umiltà. Ecco la parola magica, sorella dell’umorismo: l’umiltà, la fiaccola che è passata da Joseph a Jorge. Quando pochi giorni la sua elezioni Bergoglio è andato a Castel Gandolfo ad abbracciare Ratzinger, e per pregare insieme, inginocchiati, ha anche voluto regalare al suo predecessore un’immagine della Madonna perchè, disse: “Mi hanno detto che è chiamata Maria dell’Umiltà ed allora ho pensato a Lei”. L’intuito del Papa sudamericano è acuto come profonda è la sua umiltà, che oggi lo porta ad inseguire, magari per telefono, tutte le pecorelle smarrite, siano esse fuori e dentro il recinto della Chiesa (e i dottori della legge sono spesso i più smarriti di tutti). Quella stessa umiltà è la virtù che porta Chesterton a inchinarsi e abbracciare la fede cattolica, il cui “marchio”, secondo lui, “non è la tradizione: è la conversione. E’ il miracolo in virtù del quale gli uomini scoprono la verità nonostante la tradizione, e spesso troncando tutte le radici dell’umanità”.

Quando gli chiesero perchè era passato al cattolicesimo, Chesterton rispose che lo aveva fatto perchè quella religione prevedeva la confessione dei peccati. Il gesto più misericordioso e spiazzante per un mondo spietato come quello contemporaneo, che non perdona nulla nemmeno al Papa, magari in nome del cattolically correct. Ma ciò che attira e trascina, del cattolicesimo è la misericordia, non la correttezza né la sapienza. E’ ciò che attira anche di Papa Bergoglio, pontefice folle innamorato di Cristo prima che della ragione, che insiste, ogni giorno, sull’annuncio della misericordia e che se un rimpianto ce l’ha, è quello di non poter confessare con la regolarità e la semplicità che usava a Buenos Aires. Tutti e due, Bergoglio e Chesterton, sono ancora una volta “tomisti”, seguono l’esempio dell’Aquinate che conclusa la Summa Theologica, si chiuse in un silenzio mistico, definendo “paglia” la sua opera, il più grande e alto lavoro teologico di ogni tempo. Il giorno che il convertito Chesterton entrò nel cattolicesimo si fece battezzare e commentò con questi versi la sua rinascita: “I saggi ti daranno cento mappe/ guide ramificate dei lor cosmi,/ sezionano la ragione coi setacci/ che lascian l’oro per raccoglier sabbia;/ ma questo è men che polvere per me:/ perché il mio nome è Lazzaro e sono vivo”.